I motori di ieri che “fanno” ancora spettacolo

Essendo nato a Torino e avendo appena compiuto trentanove anni posso dire consapevolmente di essere nato e cresciuto nella capitale italiana dell’auto. O almeno quella che trenta anni fa’ era considerata tale.
Il Lingotto era un luogo mitico, con le lettere colorate nel piazzale all’ingresso da via Nizza, la pista di collaudo sul tetto con le paraboliche e le rampe per salirci dal livello della strada.
Sarà l’avvicinarsi ai quaranta, ma divento nostalgico in questi giorni. Capita a pennello Automotoretrò al Lingotto.

Alla trentaseiesima edizione di questa fiera di esposizione e compravendita di auto e moto si affianca Automotoracing, una manifestazione motoristica nella pista cittadina ricavata tra l’Oval, la ferrovia e il retro del Lingotto. Se nei padiglioni interni si respira l’odore della pelle, dei motori e delle gomme, all’aperto si respira l’odore della benzina, delle gomme bruciate e dei gas dei bolidi che sfrecciano tra i marciapiedi rialzati tra derapate e burnout.

Si vede che i piloti si divertono un mondo, non vedono l’ora di guidare e anche il pubblico viene richiamato dal rombo dei motori.

E’ una festa dell’auto, dove grandi e piccini si godono lo spettacolo delle Punto, della Mustang, delle moto da enduro, delle meravigliose Lancia Delta che come ricorda Giovanni Dipillo, lo speaker d’eccezione della manifestazione, sono nate qui a Torino.

Così per qualche giorno ammirando le auto in vendita e quelle in pista possiamo dimenticarci che Fiat è diventata FCA ed è volata a Detroit.

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

Oltre al “muro”. Pink Floyd in mostra a Roma

Parafrasando un successo dei Beatles, è stata davvero una “Long and winding road” quella che ha portato Syd Barrett, Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright e  David Gilmour dalle serate nei club della periferia londinese alle ricerche sonore della psichedelia ed al successo planetario di pubblico e critica.

Le difficoltà degli inizi, la alienazione mentale di Syd Barrett che già alla vigilia della pubblicazione del loro secondo album portò al suo allontanamento del gruppo, l’ingresso di David Gilmour, le difficoltà a far accettare la loro musica, i cui testi sono diventati negli anni più legati alla denuncia del disagio molto forte verso l’industria discografica in particolare e a determinate convenzioni sociali in generale, tutto ciò è ben evidenziato in questa articolata mostra presso il MACRO di Roma fino al 1 luglio 2018.

I numerosi oggetti, strumenti, amplificatori, dischi, manoscritti e fotografie incorniciano “attivamente” il percorso temporale.

Il visitatore è guidato in un dettagliato cammino cronologico attraverso le varie fasi creative del gruppo mettendo in evidenza sia il quadro di fondo nel quale tali creazioni hanno luogo che il contributo che i vari componenti hanno fornito. Non dimenticando tutti coloro che erano stati chiamati a tradurre nella grafica delle copertine, nella realizzazione di filmati promozionali e nella scenografia dei concerti le idee creative.

Le descrizioni nei pannelli esposti con l’ausilio audio che permette di ascoltare commenti, ricordi e opinioni non solo di Roger e compagni ma anche degli artisti della Hipgnosis con Storm Thorgerson in testa rendono molto vivo e godibile il percorso.

Storm è un amico dall’epoca della scuola di architettura frequentata da Mason, Waters e Wright ed ecco l’elemento comune che li lega nella visione dell’idea concettuale espressa in musica e tradotta nelle copertine e le installazioni sceniche, parti integranti dell’album e dei concerti.  Dalla prima collaborazione per il secondo album A Saucerful of Secrets un, immagine di pura ispirazione psichedelica, si percorrono espressioni grafiche e visive più esplicite e descrittive dell’idea di fondo dell’album: il prisma di Dark side of the moon, l’uomo in fiamme e la figura magrittiana di Wish you were here, il muro – The Wall  – che reale o mentale  costruiamo intorno a noi e fino alla drammatica atmosfera di incomunicabilità di The Division Bell.

In definitiva una splendida mostra.

 

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

A 100 anni dalla nascita, Boston “mostra” JFK: persona e personaggio

La John F. Fitzgerald Presidential Library & Museum è un luogo da visitare se andate a Boston, per la vista sulla baia e la città, il parco, lo splendido edificio (progettato da Ming Pei) ed ovviamente per il museo. Fino al maggio 2018 un’ala del museo è dedicata la Centennal Exhibition intitolata“JFK at 100: Milestones and Mementos” che presenta una selezione di oggetti della collezione della JFK Library e segue la cronaca storica delle tappe della carriera e dell’amministrazione del Presidente Kennedy, unitamente agli eventi della sua vita personale e famigliare.

Il resto del museo racconta non solo la vita del politico e presidente JFK, e di sua moglie, ma fotografa il suo mondo quello della borghesia americana. Nel museo presenti molti reperti come la scrivania del fratello Robert, un pezzo del Muro di Berlino, la ricostruzione dello studio televisivo del confronto con Nixon, una navicella dell’Apollo. C’è anche molto della moglie Jacqueline: gli abiti, molte immagini e ricordi. Non manca la politica con filmati e documenti degli eventi che hanno segnato la presidenza Kennedy come la vicenda di Cuba.

Chi si aspetta, invece, di trovare materiale e documenti sull’assassinio resterà deluso, solo alcune foto in un corridoio tutto nero. Dalla primavera all’autunno nel parco antistante la baia anche la bellissima Victura, il suo piccolo yacht in legno a vela di 8 metri, costruito nel 1932, con il quale amava veleggiare.

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

World Press Photo, a Torino in mostra il coraggio di documentare

La fotografia è tecnica ma anche riuscire ad essere pronto al momento giusto nel posto giusto. E Burhan Ozbilici , fotografo dalla Associated Press, il 19 dicembre 2016 si trova nel momento giusto al posto giusto: ad Ankara in una galleria d’arte mentre un poliziotto fuori servizio spara all’ambasciatore russo in Turchia, Andrey Karlov, che stava pronunciando un discorso di inaugurazione di un una mostra.
Ozbilici era li per incontrare un amico e nell’attesa scatta qualche foto all’ambasciatore proprio mentre l’attentatore decide di compiere il suo folle gesto.
Burhan Ozbilici ha raccontato quegli attimi durante la conferenza stampa di presentazione della mostra World Press Photo che sarà visibile fino al 26 novembre al Mastio della Cittadella di Torino.
La potenza dei suoi scatti mostrano la drammaticità dell’evento ma il suo sangue freddo, la scelta di documentare nonostante tutto, viene “certificato” dal video (trasmesso su di un monitor) di un operatore che seguiva l’intervento dell’ambasciatore che mostra Ozbilici mentre scatta a pochi passi dall’oratore, sullo sfondo l’attentatore che tira fuori la pistola e spara. Il cameramen non coglie lo sparo perché istintivamente si abbassa e la telecamera riprende il pavimento, Ozbilici continua invece a scattare. “Sarei morto pur di scattare quelle foto” ha ammesso durante la presentazione, “perché il giornalista deve documentare”. Non considera la sua foto una bella immagine ed ammette che ogni volta che la guarda prova dolore. E per ricordare che lui è prima di tutto un fotoreporter, durante il saluto delle autorità all’inaugurazione eccolo aggirarsi per la sala con la fotocamera in mano per portare a casa degli scatti.
La foto di Ozbilici è stata scelta dalla giuria del World Press Photo 2017 tra le 80 mila scattate da 5034 fotografi che hanno partecipato al concorso. A Torino sono in mostra le 150 immagini vincitrici nelle varie sezioni. Tra quelle esposte anche i lavori di quattro italiani: Antonio Gibotta, Francesco Comello, Alessio Romenzi e Giovanni Capriotti.

Sotto il nostro fotoracconto della mostra.

 

 

 

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

Certe notti … ti capita di fotografare (da lontano) Liga

Raccontare un concerto attraverso le fotografie può sembrare un controsenso, visto che le immagini non hanno suono. Invece proprio gli scatti di un fotografo, forse perchè separate dalla musica, possono raccontare l’aspetto del concerto che chi vi ha partecipato non ha colto, perchè concentrato sulla musica, dal suo coinvolgimento, troppo lontano dal palco.
Un lavoro, quello del fotografo, che diventa quindi importante per dare un’altra visione dell’evento: fermando alcuni istanti, dei particolari, delle espressioni.

Era questo il nostro obiettivo quando abbiamo chiesto ed ottenuto l’accredito per la prima delle due tappe torinesi del tour di Ligabue.

Purtroppo l’organizzazione ci ha relegati con gli altri colleghi al fondo del PalaAlpitur ad almeno 100metri dalla band.

Peccato, avremmo voluto raccontarvi il vostro Liga come potevate vederlo se foste stati al suo fianco, invece ci è toccato trattarlo come una specie protetta, come quando l’appassionato di natura fotografa un picchio dall’interno di un capanno mimetico.
Comunque questo il nostro fotoracconto di un grande concerto.

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

Palio di Asti, a San Lazzaro l’edizione numero 50

E’ il Palio più antico d’Italia (almeno così gli astigiani sostengono), la prima edizione sembra sia stata corsa nel 1275 ma è dal 1929 che il Palio di Asti comincia la sua vita così come la conosciamo oggi, anche se a fasi alterne. Quest’anno si è festeggiata l’edizione numero 50 che ha anche coinciso con la prima volta della corsa senza i cavalli purosangue.

Una festa che coinvolge tutta la città già nelle sere precedenti con la gara tra gli sbandieratori dei vari rioni e le cene propiziartici. La corsa che si apre con lo spettacolare corteo storico per le vie del centro storico che percorre poi la pista allestita nella centrale piazza Alfieri.

Ad aggiudicarsi il Pallio 2017, il drappo realizzato quest’anno dall’artista Giorgio Ramella raffigurante l’immagine di un cavallo dipinto in modo libero per dare l’idea della velocità, è stato il rione San Lazzaro con il fantino Giuseppe Zedde, detto Gingillo. Secondo posto per il rione San Martino San Rocco, terzo il borgo Torretta. Il rione San Lazzaro, quartiere alla periferia della città, uno dei più attivi per tenere viva la tradizione, con la vittoria di quest’anno raggiunge quota 6 diventando il rione cittadino più “titolato”.

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati

Share

AstiMusica da record

“Oltre 30.000 presenze in 11 concerti, 12.000 biglietti vendute nelle 4 serate a pagamento, piazza della Cattedrale sempre pienissima”. E’ questo il bilancio tracciato sul proprio profilo Facebook da Massimo Cotto direttore artistico della manifestazione e vero e proprio motore dell’evento.

Lou Dalfin, Rovazzi, Fiorella Mannoia, Losburla e Solotundra, Maldestro, Zac Harmon, Stefano Bollani, Tre Allegri Ragazzi Morti, Ghali e Vegas Jones, Sound Sistem, Antonella Ruggiero gli artisti che si sono alternati nelle due settimane di kermesse. Oltre agli artisti coinvolti per la prima volta AstiMusica ha ospitato Asti God’s Talent, il concorso dedicato alle corali organizzato dalla Pastorale Giovanile della Diocesi di Asti.

“E’ stata l’edizione di maggior successo, arrivata dopo ventidue anni: potete immaginare la mia soddisfazione, anche perché non sono tante le rassegne che durano così a lungo” ha commentato Cotto durante la conferenza stampa di fine evento. E dalle dichiarazioni del neo Sindaco Maurizio Rasero anche per il 2018 l’evento musicale sarà confermato.

Sotto alcuni scatti dai principali concerti che hanno animato Piazza Cattedrale. Le foto sono di Luca Grasso e Norberto Maccagno. La gallery completa sulla nostra pagina Facebook

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati
Share

Le mani di Quinn, che “sorreggono” Venezia

Escono dal Canal Grande per sorreggere, idealmente, Ca’ Sagredo; e l’effetto è decisamente realistico. E’ questa l’opera di Lorenzo Quinn -artista italiano (nato a Roma) figlio dell’attore hollywoodiano Anthony Quinn e della seconda moglie, la costumista veneziana Iolanda Addolori – inaugurata venerdì 12 maggio a Venezia in occasione dell’apertura della Biennale

L’interessante progetto artistico (un’installazione tra gli 8 e i 9 metri di altezza dal titolo “Support”) emerge dall’acqua in Canal Grande nell’area di Rialto, tra la Ca’ D’Oro e Campo Santa Sofia.

“La scultura –si legge nel comunicato stampa- segna l’evoluzione artistica di Quinn e la sua sperimentazione con nuovi materiali e nuove prospettive orientate a trasmettere la sua passione per i valori eterni e le emozioni autentiche. Esempio di un’arte armonica ed equilibrata, è stata concepita per rappresentare le più recenti riflessioni dell’artista sulle problematiche ambientali e sulle variazioni del clima che oggi la nostra società si trova ad affrontare”.

L’installazione sarà visibile al pubblico fino al 26 novembre; per tutto il periodo dell’esposizione all’interno dell’Hotel Ca’ Sagredo saranno in mostra alcune versioni di altre opere di Lorenzo Quinn.

 

Copyright © Riproduzione vietata-Tutti i diritti riservati
Share