Dalla metro al palcoscenico, ecco la Latin Vox Machine

La metropolitana – uno dei mezzi di trasporto più importanti di Buenos Aires – è stata teatro dell’incontro tra il musicista compositore e produttore venezuelano Omar Zambrano e un “corno” francese suonato un pomeriggio alla fermata Pueyrredón da un diciannovenne suo compatriota. Commosso dalla qualità e dalla bravura del ragazzo, che si stava guadagnando da vivere grazie alle offerte degli utenti della metropolitana, un’idea ha incominciato a ronzare nella testa del produttore compositore: riunire i musicisti venezuelani emigrati in Argentina.

L’idea era rischiosa e il terreno era sconosciuto, ma aveva un obiettivo chiaro, l’unione di musicisti professionisti nei ranghi corrispondenti al loro talento. Così ha scommesso sulla solidarietà, la fraternità e lo spirito combattivo che caratterizza la maggior parte dei venezuelani.

Grazie all’aiuto di Facebook, Zambrano ha convocato il maggior numero di musicisti per iniziare le audizioni. Molte persone, ansiose di sapere chi ci fosse dietro un progetto così ambizioso, si sono recate nella Sala d’Oro della Casa della Cultura del Governo di Buenos Aires.

È così che la Latin Vox Machine è nata e si è consolidata come progetto orchestrale e sinfonico nel 2017. L’orchestra ha iniziato con soli professionisti venezuelani, ma nel corso del tempo ha accolto musicisti di altre nazionalità fino a raggiungere 150 elementi. Cileni, colombiani, argentini, paraguaiani, ecuadoriani, uruguaiani, peruviani e siriani hanno trasformato la Latin Vox Machine in un’orchestra senza confini.

La qualità dell’orchestra è stata riconosciuta da diverse organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite (ONU), l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Insieme a tutti loro, i grandi palcoscenici della “Città della rabbia” (Buenos Aires) si sono inchinati al talento della Latin Vox Machine. Il Globo Theater, il Centro Culturale Kirchner, il Teatro Coliseo e il Centennial Park Amphitheater sono stati testimoni dei diversi concerti che LVM ha fornito alla comunità. Ora è la volta del grande “Teatro Opera”, dove artisti di fama mondiale mettono in mostra il loro talento da oltre 8 decenni.

Il “Natale senza frontiere” riunirà questa domenica quasi tremila immigrati venezuelani. In questo periodo dell’anno le emozioni corrono alte e per chi di noi è lontano da casa la nostalgia cresce. Latin Vox Machine farà del suo meglio per non farci sentire così lontani da casa in un recital pieno di musica venezuelana e caraibica. Chi vi scrive promette di fornirvi maggiori dettagli dopo il concerto, ma non posso promettere di non farmi scappare le lacrime agli occhi.

Secondo i dati dell’UNHCR in Venezuela, 4 milioni di persone sono emigrate, e secondo i dati del Servizio Migrazioni argentino, 180.000 venezuelani si trovano nel sud del Paese.

Testo e foto Sikiuk Mendez, traduzione Stefano Scherma

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A Torino i giovani, e Greta, contro le politiche degli adulti

L’intervento di Greta Thunberg a Torino venerdì 13 Dicembre 2019 in piazza Castello è stata occasione per attirare l’attenzione sui messaggi che i ragazzi stanno lanciando ormai da mesi con gli scioperi dei Fridays for Future, oggi al cinquantesimo appuntamento.

Sdoganati dagli adulti come il puerile tentativo di saltare giorni di scuola; invece prima e dopo il breve intervento dell’infreddolita Greta arrivata da Madrid, si sono avvicendati sul palco ragazze e ragazzi che hanno trasmesso alla piazza la rabbia ed il disgusto per le politiche economiche dimentiche della necessaria attenzione al tema dell’inquinamento, del riscaldamento globale, delle politiche ecologiche.

Poi è salita sul palco Greta, proveniente dal vertice Cop 25 di Madrid, dove il risultato degli incontri sembra deciso con la sensazione dell’ennesima occasione perduta quando è già troppo tardi.

I leader mondiali non fanno abbastanza per proteggere il futuro del pianeta.

Questo è il chiaro messaggio che ciascuno di questi ragazzi urla “incazzato”: la contrapposizione tra ragazzi ed adulti è netta nelle voci di chi ha parlato dal palco, una di esse dice ai giornalisti che non prestano abbastanza attenzione ai messaggi che mandano i giovani.

Lo sciopero di oggi è dedicato agli attivisti sgomberati dal Cop 25, altri giovani non ascoltati. Greta lo esprime con parole chiare e scandite da chi è ormai avvezza a parlare in pubblico, mostrando ad un certo punto comunque la sua commozione, e tutti gli altri ragazzi lo dicono con emozioni urlate al microfono che distorce la loro voce, ma stiamo attenti, non il loro messaggio: il sentimento di profonda ingiustizia per un futuro nelle mani di adulti che si arrogano il diritto di non ascoltare.

Ed a questo punto la voce di Greta diventa solo una tra le migliaia di quelle dei giovani che non sono disposti a condannare il nostro pianeta a causa di valori di adulti che non condividono.

Sotto il fotoracconto di Matteo Marchesi

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Colpo di stato o truffa? Le facce della Bolivia

Parte prima, Santa Cruz de la Sierra.

“C’è stato un colpo di stato civile, politico e di polizia”, ha denunciato l’ex presidente boliviano Evo Morales nel messaggio televisivo in cui qualche giorno fa ha annunciato le sue dimissioni e il suo esilio in Messico.

“L’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) ha dimostrato che la truffa era così ovvia che, a causa della resistenza del popolo boliviano, non poteva essere nascosta. Il presidente Evo Morales ha commesso crimini”, ha detto Luis Fernando Camacho, presidente del Comitato Civico di Santa Cruz. Il 21 febbraio 2016, infatti, ai boliviani è stato chiesto con un referendum se fossero d’accordo sulla rielezione del presidente e del vicepresidente, per un secondo mandato consecutivo. Il “No” ha vinto con il 51% dei voti. I boliviani pensavano di essersi espressi chiaramente. Ma non per la Corte Costituzionale Plurinazionale (TCP) che il 28 novembre 2017, con una sentenza costituzionale, autorizza il presidente Evo Morales e tutte le autorità elette a ricandidarsi di nuovo a tempo indeterminato.

A Santa Cruz de la Sierra, dopo 21 giorni di interruzione dei lavori e dopo l’autoproclamazione di un nuovo presidente in Bolivia e le dimissioni di Morales, gli abitanti di Santa Cruz iniziano a riprendere il loro normale ritmo di vita.

Prendo l’autobus verde che porta alla piazza “24 de septiembre, costa solo 6 bolivianos”.

Durante le interviste, quando chiedo se c’è stato un colpo di stato o una truffa alle ultime elezioni presidenziali, un primo signore mi risponde: “Penso che, il presidente uscente ha fatto cose che un altro presidente non ha mai fatto, favorendo gli abitanti di altre città, penso piuttosto che ci sia una guerra tra “cambas i collas”. Da un lato ci sono i “collas”, abitanti dell’ovest che rappresentano l’immagine andina della Bolivia, mentre dall’altro lato ci sono le “cambas” – sono i boliviani che vivono nell’est, o la parte del paese più ricca di risorse naturali e che sono associati al fenotipo europeo.

“Lui non ci ha mai unito, sempre ci ha fatti vivere come nemici” -a poca distanza si trova Luz (19), studentessa universitaria di Fashion Design- interrompe e dice ad alta voce: “Non lasciatelo tornare! “. Mi sono avvicinata e gli ho posto la stessa domanda. C’è stata truffa?

“Il 21 febbraio 2016 abbiamo vinto il referendum e non poteva essere rieletto. La città ora è tranquilla, va a vedere quanto è bella, se lui (riferendosi a Evo Morales) ritorna, sicuramente si tornerà indietro”.

Presto attenzione alle raccomandazioni di entrambi e prendo nuovamente l’autobus verde.

Joaquin lavora da 13 anni come autista sulla rotta dal centro città all’aeroporto, è un viaggio di 30 minuti, posso fare molte domande. Lungo il tragitto, osservo che molti dei grandi centri commerciali sono aperti e un buon numero di persone circolano con borse della spesa, c’è molto traffico verso il centro; il paese di una settimana fa era un altro, almeno a Santa Cruz, perché in quel pomeriggio, a 550 km nella città di La Paz, mancava quella, la pace (n.d.R gioco di parole fra il nome della città e pace-paz.)

“Finalmente smetteremo di essere il paese del narcotraffico“, dice Joaquín, quando gli chiedo come si sente dopo le dimissioni dell’ex presidente Evo Morales. Evo voleva truffare il popolo boliviano, ma i militari non lo hanno permesso. Evo non ha rubato soldi al popolo, ha fatto affari con il traffico di droga”. Il tempo passa rapido e arrivo alla mia fermata.

“Duecento metri verso laggiù (punta con la mano), lì c’è la piazza”.

La famosa piazza 24 de septiembre è affollata di gente, trovo difficile trovare una panchina su cui sedermi e puntare l’obiettivo della macchina fotografica. Un uomo travestito da clown annuncia teatro di strada, i bambini corrono spaventando i piccioni, altri fanno le bolle con l’acqua saponata mentre i compagni di giochi cercano di catturarle con le mani, le risate si confondono. Sulle scalinate della Chiesa ci sono alcuni giovani che si baciano e senza alcun pudore si scambiano  effusioni.

Trovo una panchina dove ci sono due donne e un uomo, li sento parlare del percorso che uno di loro ha dovuto affrontare i blocchi dei manifestanti seguaci di Evo per lasciare la zona dove vive. Mi scuso per averli interrotti e mi identifico come giornalista, sono molto ben disposti a parlare.

“Ci ha presi per tonti e noi non ci siamo lasciati ingannare. In ben due occasioni gli abbiamo detto che non volevamo la sua rielezione” commenta Lucia. “Ci sono persone che dicono che questo è socialismo, ma si sbagliano, non sanno nulla. Il socialismo è Danimarca, Svezia, Norvegia. Qui l’unica cosa che aveva il presidente era il suo popolo“, completa la risposta Jorge. Fino a pochi giorni fa, l’attività economica era paralizzata qui a Santa Cruz, “sì, ma erano manifestazioni pacifiche. dice Lucía.

Molte delle testimonianze che ho raccolto concordano sul fatto che il presidente Evo Morales ha creato una divisione tra la popolazione distribuendo la ricchezza del paese in maniera poco equa “creando una divisione fra gli abitanti del campo e quelli della capitale” conclude Daniela.

Prima di dirigermi nuovamente verso l’aeroporto, chiedo l’ultima un ultimo consiglio e naturalmente si riferisce al cibo. Cosa non posso lasciare senza provare Santa Cruz?

All’unisono hanno risposto, “majaito cruceño”, porta charque, un tipo di carne disidratata e salata, riso, riso, banane mature fritte, mi hanno convinto, vado per il majaito.

Ho salutato augurando loro buona fortuna e che il loro paese ritroverà la pace, ironia della sorte la mia prossima destinazione: La Paz.

 

Parte seconda, La Paz

Arrivo in città otto giorni dopo le dimissioni di Evo Morales e trovo un’atmosfera apparentemente serena. Si può camminare tranquillamente per le strade, si possono tranquillamente usare i mezzi di trasporto. Oggi non ci sono posti di blocco, si respira una calma tesa qui a 4.000 metri di altitudine nella città più alta del mondo.

La Paz fino ad oggi è stata teatro di un’ondata di manifestazioni contro il governo transitorio di Jeanine Añez, che ha assunto la presidenza del paese, dopo che Evo Morales si è dimesso andando in esilio in Messico fino a quando “le acque non si saranno calmate” seminando così dubbi tra i suoi seguaci di essere stato vittima di un “colpo di stato”.

Da quel momento, contrariamente a quanto pensava Morales, gli atti di violenza si sono intensificati e finora il bilancio parla di 23 persone uccise nelle manifestazioni.

Partecipo alla “Marcia per la pace”. I viali principali di La Paz sono pieni di seguaci dell’ex presidente, provenienti soprattutto della città di El Alto. I rappresentanti delle popolazioni indigene percorrono l’autostrada che collega El Alto a La Paz, chiudendo le strade bloccando il traffico automobilistico. “Vogliamo che i nostri diritti e le nostre tradizioni siano rispettati”, grida una donna alla telecamera.

“Signora giornalista, oggi la Bolivia è in difficoltà, la Bolivia è sconvolta. La mancanza di beni di prima necessità ha fatto sì che i boliviani debbano andare in più di un supermercato per cercare di trovarli”.

In “Plaza de los estudiantes”, un contingente di militari, con le loro uniformi e armi, cominciano a scendere da un convoglio. Li incrocio e chiedo il loro perché della loro presenza e se credono che la manifestazione possa diventare violenta. Solo una forma di “prevenzione“, mi rispondono. Approfitto poter fare qualche foto e registrare.

La marcia per la “Pace” in Bolivia si conclude in Piazza San Pedro, senza novità. Devo tornare di nuovo al punto di partenza, la chiesa “San Francisco”, i “Ponchos Rojos” sono già in città. Sarà la più grande dimostrazione finora a sostegno di Morales. Ora, senza aria e con il mal d’altitudine, devo risalire dieci isolati.

 

Parte terza, La Paz.

La città di La Paz non si riposa dalle manifestazioni. Il “Ponchos Rojos“, formazione di storici sostenitori di Evo Morales, è sceso da “El Alto” per chiedere le dimissioni di Jeanine Añez, presidente ad interim della Bolivia.

Sono migliaia gli uomini che scendono lungo la Calle Santa Cruz, per lo più uomini con un abito caratteristico che rappresenta le loro origini e li identifica come “Il Ponchos Rojos di Achacachi”. La loro attuale lotta è per il ritorno alla presidenza di Evo Morales, il primo “presidente indigeno, che ha lottato per loro contro ogni forma di discriminazione, emarginazione, esclusione sociale e politica” sostiene uno dei leader della marcia, che preferisce rimanere anonimo per paura di rappresaglie da parte del nuovo governo. C’è stato un colpo di stato e il mondo deve saperlo“, conclude.

I fuochi d’artificio accompagnano la manifestazione. In fondo alla strada i militanti riconoscono un “infiltrato”; in pochi secondi è circondato da uomini e donne che cercano di prendergli il cellulare in modo che smetta di registrare, l’uomo non è un infiltrato, è un avversario che si è imbattuto nella marcia quando uscendo dalla banca. Immediatamente mi avvicino e, quando lo lasciano proseguire, gli chiedo cosa ne pensa della situazione, “chiedo rispetto per le loro origini, ma chiediamo rispetto per il nostro voto. Evo è colpevole di frodi ed è per questo che se ne è andato”.

Lascio andare il signore senza chiedere il suo nome, gli sguardi cominciano a posarsi su di me, ma riesco a mescolarmi fra la folla fino a raggiungere l’altro lato della strada.

Dopo quasi trenta isolati arrivo al Palazzo del Governo che a causa degli scontri che si sono verificati nei dintorni, è stato protetto per alcuni giorni dalla polizia. Pablo ha circa 50 anni ed è uno dei leader, si mostra alla telecamera senza timore.

“La signora Añez deve lasciare il Palazzo, manifesteremo fino a quando non ci saranno dimissioni, chiediamo il rispetto”.

Davanti a una recinzione sorvegliata da agenti di polizia in tenuta antisommossa, un gruppo di donne protesta seduta. Josephina mi spiega perché l’autoproclamata presidente Añez non può occupare quel posto. “Lei non deve necessariamente trovarsi in quel palazzo, quella sede appartiene al presidente di Evo Morales, questo posto non le appartiene, La Paz non le appartiene, noi siamo i nativi e proprietari delle 20 province di La Paz”.

Fino alle 10 di sera ho ancora registrato alcune testimonianze quasi tutte concordi con la teoria del “colpo di stato” contro Evo Morales.

Improvvisamente un segnale di allarme, arriva la polizia, bisogna correre prima di essere colpiti dai gas lacrimogeni. Grido al mio collega Márcio che bisogna andarsene. Scappiamo, lui comunque continua riprendere. Asfissiati dai gas, riusciamo comunque a raggiungere la porta dell’Hotel Gloria (dove alloggia Márcio). Ci aprono e siamo al sicuro.

Dal suo appartamento c’è una buona visione di ciò che sta accadendo all’esterno, possiamo vedere l’attacco della polizia boliviana contro i “Ponchos Rojose le donne “polleras”, molte delle quali con bambini in braccio in cerca di riparo dai gas. La polizia non smette di sparare i gas lacrimogeni finché i manifestanti non si sono dispersi e le strade ritornate libere.

E’ stata una triste fine di una giornata in cui molti hanno potuto esprimersi in pace.

Testo e foto: Sikiuk Mendez, traduzione Stefano Scherma

 

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Venezia è bellissima, anche nel dramma dell’acqua alta

“La Laguna che diventa tutt’uno con le case. Da quando sono a Venezia non ho mai visto Campo San Maurizio così allagato come oggi. Mi ha emozionato vedere in giro per la città molti ragazzi a raccogliere rifiuti galleggianti ed aiutare gli abitanti, i proprietari di esercizi commerciali”.
Questo il commento di Paride Zappavigna autore degli scatti del fotoracconto che vi proponiamo all’indomani dell’emergenza acqua alta a Venezia.

Scatti che confermano la magia di questa città che, anche in una situazione drammatica, diventa per gli occhi “un capolavoro”.

Scatti che raccontano la “quotidianità” di una emergenza ma anche come l’emergenza, grazie ai media, è diventata lei stessa attrazione turistica confermando la vera questione della città lagunare: da una parte una città che deve vivere e convivere con il suo (precario) equilibrio naturale, tra cui le maree, e dall’altra i quasi 30 milioni di visitatori all’anno che ne fanno un’altra marea difficile da gestire e contemporaneamente una risorsa economica.

 

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L’ Argentina ha votato, e sono tornati

La domenica elettorale piovosa non ha scoraggiato i 34 milioni di argentini che si sono recati alle urne per le votazioni. Per i candidati per poter partecipare tornata elettorale era necessario aver ottenuto un “accredito” ottenuto nell’ Open Primary (PASO).

Il candidato del “Frente para todos”, Alberto Fernandez affiancato dalla ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner, hanno ottenuto il 47% dei voti, mentre il presidente uscente Maurcio Macri, candidato alla rielezione, con una rimonta rispetto ai sondaggi pre elettorali e ai risultati delle primarie, ha raggiunto il 41%; diventando così l’unico presidente nella storia recente a non ottenere un secondo mandato.

La costituzione Argentina stabilisce che per essere eletti al primo turno senza il temuto ballottaggio debbano essere soddisfatte almeno una di queste due condizioni che il candidato ottenga almeno il 45% dei voti oppure il 40% con 10 punti di differenza dal contendente più vicino.

La celebrazione

L’invito ai simpatizzanti da parte della coalizione vincente a riversarsi nelle principali strade di Buenos Aires la “città della furia”, non tarda ad arrivare. I luoghi simbolo come l’Obelisco e la Plaza de Mayo di sono riempiti in pochi minuti. La maggior parte degli “aficionados”, però si sono ritrovati nelle strade intorno alla sede, nel quartiere di Chacarita.

Intorno al numero 6271 di Avenida Corrientes in poco tempo migliaia di persone hanno invaso le strade. Al ritmo di tamburi e fuochi di artificio si alzava il famoso coro “A volver, a volver, vamos a volver”, nato per celebrare il ritorno dell’amata, ma super chiacchierata Cristina Fernandez al governo argentino. Bambini, giovani e vecchi sfilano con le loro bandiere e anche se in Argentina era in vigore il divieto per 48 ore di consumo di alcolici (fino alla mezzanotte di domenica), già dalle 20.00 la birra e il vino scorrevano a fiumi. Le postazioni di primo soccorso, identificate con una croce rossa sono stati prese d’assalto e pronti ad accogliere ogni tipo di emergenza. (pressione alta, attacchi di panico e euforia alcolica).

Intorno mezzanotte hanno i vincitori finalmente hanno fatto la loro apparizione. E ‘stato pazzesco: bicchieri, lattine di birra ancora piene sono volate in aria, era così tanta l’euforia che sembrava di essere ai festeggiamenti di un “superclasico” Boca vs River. La coppia Fernandez- Fernandez de Kirchner hanno chiesto aiuto al popolo per recuperare il paese dalla tremenda crisi economica.

Chi poteva votare?

Una nota finale di differenza rispetto al voto in Italia. Sebbene la legge stabilisca che il voto è obbligatorio a partire dall’età di 18 anni, è anche possibile partecipare prima, grazie alla “ ley del voto joven”.
Il codice elettorale nazionale (CNE) stabilisce che i giovani a partire dai 16 anni hanno diritto di voto. Prima di questa legge, regolamentata nel 2012, solo coloro che avevano raggiunto l’età di 18 anni potevano partecipare alle elezioni.
L’articolo della Costituzione che sostiene che “Gli argentini che hanno raggiunto l’età di sedici anni godono di tutti i diritti politici in conformità alla Costituzione e alle leggi della Repubblica.
Tuttavia, sebbene la Costituzione e il CNE stabiliscano che il voto è obbligatorio, non vi è alcuna sanzione per i minori di 18 anni che non votano. I maggiornenni fino ai 70 anni, invece possono essere sanzionati con importi che vanno da 100 a 500 pesos, tra 1,5 e 8 Euro.

Servizio di Sikiuk Mendez, foto e traduzione di Stefano Scherma

 

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La vigilia elettorale in una Argentina in profonda crisi

A una settimana dalle votazioni per le elezioni presidenziali in Argentina, il candidato uscente Mauricio Macri, esponente di “Juntos por el cambio”, ha tenuto a battesimo la marcia del “Si se puede” lo slogan con cui sta conducendo la campagna elettorale. Macri sta cercando di invertire le previsioni che lo vedono nettamente in svantaggio rispetto al principale sfidante Alberto Fernandez del “Frente de todos”  leader del blocco peronista che presenta la ex presidente, la chiacchieratissima  Cristina Fernández de Kirchner come candidata alla vicepresidenza.

L’impresa sembra improbabile: a 3 giorni dalle elezioni, emerge una conferma di quanto rilevato dal voto delle primarie obbligatorie dell’11 agosto scorso; anzi sembra che secondo i numerosi sondaggi sulle intenzioni di voto, la forbice del divario si sia ampliata attestandosi intorno ai 20 percentuali.

Oggi rispetto due mesi fa, Macri sembra ricevere il solo sostegno dei fedelissimi non riuscendo ad ampliare la base elettorale.

Macri sebbene rimanga favorito nella capitale, pare sia condannalo ad una quasi certa sconfitta, in queste che sono le elezioni più importanti degli ultimi anni, soprattutto a causa di una situazione  del paese pesantissima.

Da quando nel 2015 è diventato presidente, si è registrato un drammatico peggioramento delle condizioni economiche e sociali. L’iper svalutazione del Peso sul Dollaro (da un rapporto di 1 a 15 a uno di 1 a 60 nel giro di 4 anni) con conseguente di un’ingente fuga di capitali, l’impennata vertiginosa dei prezzi di luce gas e trasporti, l’aumento di disoccupazione e delle condizioni di indigenza di un paese con più di 12 milioni di poveri e che con le risorse a disposizione potrebbe quotidianamente sfamare 400 milioni di persone, hanno portato l’Argentina sull’orlo del baratro.

Lo spettro della crisi del 2001 aleggia nell’aria già da tempo. La rabbia e la sofferenza per la situazione salta agli occhi semplicemente camminando per le strade della capitale. Tra gli aspetti più evidenti, si nota  di quanto sia aumentato in maniera esponenziale il numero delle persone che vivono e dormono in strada, soprattutto nelle zone del microcentro, i “cartoneros”,  nati con la crisi di inizio millennio, si sono moltiplicati a dismisura, i “comedores”, mense sociali solidali, traboccano di richieste e devono combattere con i tagli alle risorse. L’insoddisfazione si legge negli occhi della gente che deve fare i conti con una gestione sempre più complicata del quotidiano.

Anche se risultato delle votazioni di domani domenica 27 ottobre, sembra scontato e sia rivolto verso un cambio, i fedelissimi dei due fronti principali ostentano sicurezza e qui più che altrove nulla si può dare per scontato.

A prescindere da chi occuperà per i prossimi 4 anni la “Casa Rosada” il compito improbo. Il presidente dovrà subito dare segnali forti di inversione della rotta e rassicurare in primis i mercati. Inevitabilmente saranno varate riforme che costeranno lacrime e sangue e che con tutta probabilità colpiranno le classi che già sono gravissima in difficoltà.

Reportage e foto di Stefano Scherma.

 

 

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Argentina: la protesta sulle diseguaglianze sociali in Cile. E’ sconto con la polizia

La prevista manifestazione pacifica di lunedì 21 ottobre presso il Consolato cileno nel centro Buenos Aires a sostegno delle proteste in Cile contro l’aumento del 4% di prezzi del biglietto del bus, in generale contro il carovita e per protestare per i 15 morti e 2463 feriti (per ora) avvenuti negli scontri fra manifestanti e polizia, ha trasformato il centro della capitale argentina in un pomeriggio di guerriglia urbana.

Quando Stefano Scherma mi ha avvisato del sit-in, mi sono precipitata, li ho ascoltati, li ho registrati, li ho intervistati. La maggior parte di loro sono giovani cileni che vivono in Cile.

La situazione sembrava tranquilla tant’è vero che con Stefano siamo andati a prendere un caffè in un bar lì vicino. Nemmeno il tempo di finirlo che vediamo il movimento dei poliziotti che in massa si avvicina alla zona della protesta. Due minuti dopo eravamo in una pioggia di bottiglie che i dimostranti hanno lanciato contro la polizia i quali hanno risposto con colpi che mi hanno colpito e ferito alla gamba.

Nel frattempo alcuni dei dimostranti si sono recati nell’ambasciata per consegnare un documento al Console in cui:

  • Hanno chiesto di incontrare il presidente Piñera da La Moneda.
  • Hanno richiesto giustizia per i 13 morti ed equità nella qualità della vita.
  • Hanno affermato che le proteste non derivano dall’aumento di 30 pesos del prezzo del biglietto dei trasporti, ma da trent’anni di disuguaglianza.

Secondo le dichiarazioni, coloro che hanno portato il documento a Console sono stati maltrattati dai funzionari del consolato.

Alle 20.00 la situazione era sotto il controllo della polizia mentre i manifestanti rimasti cantavano “que lo vengan a ver, que lo vengan a ver, esto no es un gobierno son puras leyes de Pinochet”

Reportage di Sikiuk Mendez corrispondente di “Te lo cuento news”. Foto di Stefano Scherma

 

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Ricordare: ahora y siempre

Ahora y siempre  30.000 desaparecidos, presentes, ahora y siempre. Lo slogan urlato a ripetizione e diventato icona della memoria di un popolo, risuona in una Plaza de Mayo gremita all’inverosimile.

Buenos Aires 24 marzo 2019.

La stessa imponenza è riprodotta in centinaia di città in tutto il paese. Sarebbe necessario aggiungerle per quantificare adeguatamente l’entità del giorno: a 43 anni dal colpo di stato si è svolta a Buenos Aires la marcia per il “El Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia”, la Giornata Nazionale della Memoria della Verità e della Giustizia.

Il nome, adottato nel 2001, con cui l’Argentina il 24 marzo celebra la commemorazione dell’anniversario del colpo di Stato civile-militare del 1976 e condanna il terrorismo di Stato, i crimini contro l’umanità perpetrati dalla sanguinosa dittatura dei generali dal 1976 al 1983.

Il 24 marzo ricorda soprattutto i 30.000 desaparecidos di quegli anni terribili: persone rapite, torturate e uccise nel nome del piano di riorganizzazione generale, il terrorismo di stato che uccise coloro che si opponevano alle idee politiche del governo.

Le protagoniste assolute della marcia sono le Madres de Plaza de Mayo un gruppo di donne lottatrici da anni politicamente organizzate e molto influenti, ma che dall’aprile del 1977, in pieno periodo repressivo cominciarono ad incontrarsi in Plaza de Mayo con il loro caratteristico fazzoletto bianco per rivendicare notizie e giustizia per i loro figli scomparsi.

Durante quegli anni si sono opposte alle feroci misure adottate dal governo, subendo continue persecuzioni, rapimenti e sparizioni. Nonostante la fine della dittatura del 1983 e l’avvio della fase di transizione democratica nel1983, le Madres hanno continuato con le loro marce e le loro azioni di giustizia, chiedendo la condanna dei militari assassini.

Nel corso degli anni le Madres sono diventate sempre più politicamente importanti e influenti ricevendo inoltre il sostegno e riconoscimento da tutte le più organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani. Proprio per questo motivo e complice una situazione politico economica sempre più complessa, sempre di più la manifestazione del 24 marzo ha assunto un significato molto forte. E’ diventata la manifestazione delle manifestazioni in cui tutte le rivendicazioni di parità, sostegno economico giustizia sociale si concentrano proprio.

Sono grida di memoria, verità e giustizia con un occhio rivolto al passato, con uno al presente per cercare di cambiare una prospettiva futura che al momento non è rassicurante; un futuro pesantemente condizionato dal capo del governo, Mauricio Macri erede politico di coloro che hanno impiantato il capitalismo selvaggio attraverso le armi e la repressione.

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Boca Vs River. La partita vissuta nel covo dei tifosi del Boca

Dopo i disordini avvenuti all’esterno dello stadio River Palte a Buenos Aires, la finale del più importante torneo del calcio sudamericano (la Copa Libertadores) tra River Plate e Boca Juniors, le due maggiori squadre di Buenos Aires, si è giocata in Spagna, a Madrid.

3 a 1 il risultato finale per il River Plate che si aggiudica il trofeo.

Stefano Scherma ha visto la partita in un bar “culto”, nel quartiere della Boca all’interno del “ribeira sul”, un prolungamento dello stadio “la bomboniera” in cui si radunano “xeneises”, i tifosi del Boca junior. Un bar in cui i frequentatori più che tifosi sono degli attivisti del tifo.

Sotto il fotoracconto delle emozioni e la delusione dei tifosi.

 

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Gli scontri di Parigi raccontati attraverso le immagini su Instagram

La rabbia dei Gilet gialli (circa 6 mila) manifestata il primo dicembre nel centro di Parigi è degenerata in scontri tra polizia e manifestanti, con (dicono) l’arrivo di 1500 “agitatori”.

110 feriti (14 tra le forze dell’ordine) e più di 200 fermati, auto distrutte, un palazzo incendiato è il primo bilancio di una giornata che ha devastato gli Champs Elysees, le strade intorno all’Arco di Trionfo, rue de Rivoli e Grands Boulevards.

Mai come in questi casi sono le fotografie che meglio delle parole riescono a raccontare l’accaduto, il clima, la tensione. Sotto alcune immagini da noi selezionate tra quelle postate su Instagram dai fotoreporter che hanno seguito gli eventi.

 

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