Le mani di Quinn, che “sorreggono” Venezia

Escono dal Canal Grande per sorreggere, idealmente, Ca’ Sagredo; e l’effetto è decisamente realistico. E’ questa l’opera di Lorenzo Quinn -artista italiano (nato a Roma) figlio dell’attore hollywoodiano Anthony Quinn e della seconda moglie, la costumista veneziana Iolanda Addolori – inaugurata venerdì 12 maggio a Venezia in occasione dell’apertura della Biennale

L’interessante progetto artistico (un’installazione tra gli 8 e i 9 metri di altezza dal titolo “Support”) emerge dall’acqua in Canal Grande nell’area di Rialto, tra la Ca’ D’Oro e Campo Santa Sofia.

“La scultura –si legge nel comunicato stampa- segna l’evoluzione artistica di Quinn e la sua sperimentazione con nuovi materiali e nuove prospettive orientate a trasmettere la sua passione per i valori eterni e le emozioni autentiche. Esempio di un’arte armonica ed equilibrata, è stata concepita per rappresentare le più recenti riflessioni dell’artista sulle problematiche ambientali e sulle variazioni del clima che oggi la nostra società si trova ad affrontare”.

L’installazione sarà visibile al pubblico fino al 26 novembre; per tutto il periodo dell’esposizione all’interno dell’Hotel Ca’ Sagredo saranno in mostra alcune versioni di altre opere di Lorenzo Quinn.

 

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La storia di Franca in mostra a Reggio Emilia

E’ stata inserita nella Sezione “Circuito Off” dell’edizione 2017 di Fotografia Europea, il festival che raccoglie a Reggio Emilia mostre ed eventi dedicati alla fotografia ma non solo.

Il lavoro proposto da Stefano Scherma, racconta la storia di Franca, 82 anni, immigrata dall’Aspromonte ad Aosta negli anni ’60.

Dal 1974 lavora nella sua lavanderia che, nonostante negli ultimi anni sia svuotata di clienti, ha mantenuto la funzione decadente di rifugio. A luglio 2015 si ammala. Negli ultimi due anni Franca ha attraversato tre fasi della sua vita: lavanderia, malattia e rinascita. Contatto quotidiano e oralità gli strumenti. Memoria come bene prezioso, unico; archivio in cui ricordi veri e verosimili costruiscono il suo presente reale.

Le fotografie sono esposte al Casablanca Pub via Magati 1/A Reggio Emilia. Per informazioni a questo link.

 

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Guerre Stellari, la mostra. Ma non chiamateli “giochi”

Si titola “Guerre Stellari Play” la mostra che dal 9 al 16 luglio –Magazzini del Cotone di Genova- ripercorre la saga “che ha appassionato tre generazioni” attraverso le riproduzioni Hasbro.

La mostra, già proposta a Roma, offre la possibilità di ammirare una raccolta di modellini, action figure, manifesti, costumi, caschi e libri; il curatore, Fabrizio Modina, racconta l’evoluzione di tutto il merchandising legato alla serie di film che ha fatto la storia della fantascienza cinematografica.

Oltre 1.000 i pezzi, vere opere d’arte, in mostra tre cui le riproduzioni in scala naturale di Darth Vader, degli Stormtrooper e del maestro Yoda.

Il percorso si sviluppa su due piani, un audioguida, compresa nel biglietto di ingresso (13 euro, ridotto 11euro), racconta le varie ambientazioni proposte ed i segreti delle collezioni esposte. La mostra è anche (minimante) interattiva, i visitatori possono riprodurre alcuni disegni, ricalcando quelli originali su carta velina, o scoprire, inserendo il proprio nome e cognome su uno schermo, quale sarebbe il proprio ruolo nella saga.

La mostra ha anche finalità formative: gli scenari e i paesaggi più famosi fanno da spunto per parlare di galassie, stelle e sistemi solari, un percorso è anche pensato per conoscere le esplorazioni spaziali umane dai primi voli orbitali sino agli allunaggi.

Questo il nostro fotoracconto (per ingrandire le immagini cliccare sulla prima e poi proseguire utilizzando le freccia)

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Torino molla solo nel finale, vince l’Olimpia

Una Fiat Torino grintosa e pronta a giocarsela alla pari della prima della classe non è bastata per battere una Armani un po’ incerottata. Per il Torino l’assenza di DJ White si fa sentire, anche se è la serata di Mazzola, mentre dall’altra parte Sanders, Pascolo e McLean fanno la differenza. Da sottolineare come per alcuni minuti l’Armani ha schierato, insieme in quintetto, i suoi italiani Pascolo, Fontecchio, Abass e Cinciarini ed in un campionato monopolizzato dagli stranieri è sempre una buona notizia.

Una serata, in un Forum con molte zone vuote, che comincia con la celebrazione della vittoria della Coppa Italia con tanto di coreografia e discorso di Capitan Cinciarini interrotto molte volte dagli, inopportuni, fischi dei tifosi del Torino.

Partita combattuta fino a 2 minuti dalla fine quando Torino, sempre a ridosso del Milano e qualche volta anche davanti, butta via sotto canestro due possessi e si fa infilare in contropiede. Alla fine la differenza l’hanno fatta la precisione, peraltro neppure sbalorditiva, del Milano al tiro da tre e gli errori di Torino sotto canestro, anche se ai piemontesi va dato il merito di aver giocato il basket migliore.
(per visualizzare meglio le immagini, clicca sulla prima foto e scorri la sequenza)

 

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In kimono per onorare la tradizione e subito dopo condividerla

Due coppie di ragazzi che si fanno un selfie, con tanto di bastone, vestiti con il tradizionale kimono giapponese. Se capitate in uno dei luoghi di culto del Sol levante per la fine dell’anno, non sarà raro incontrare giovani vestiti con il simbolo della tradizione Giapponese. Da noi ci sono i botti, il cotechino, le lenticchie, il bacio sotto il vischio, la loro cultura prevede invece che il primo giorno dell’anno ci si vesta con il più dei tradizionali degli abiti giapponesi e ci si rechi nei templi o santuari, a seconda della religione abbracciata, esprimendo i desideri per il nuovo anno con amuleti e bigliettini appesi in apposite strutture.

Ed i giovani giapponesi seguono la tradizione, rimanendo calati tempo che stanno vivendo.

Kimono molto spesso affittati in uno dei tanti negozi che sorgono in prossimità dei luoghi di culto più frequentanti, tra bancarelle con ogni sorta di cibo e negozi di souvenir. All’interno di questi atelier kimono coloratissimi, bellissimi, con addette che con maestria e gusto ti vestono, pettinano e ti preparano per seguire la tradizione. Non esistendo taglie per il kimono da donna, sono le mani sapienti delle titolari dei negozi che con pieghe e rimbocchi li adattano alle forme delle signore e delle ragazze che li indossano.

Inquadro una ragazza vestita con un kimono molto raffinato, lei di fronte al parapetto di un tempio con lo sguardo perso verso l’infinita pianura di Kyoto. Scatto e lei li impassibile continua a contemplare ferma, immobile. Mi torna in mente Finardi e la sua Le ragazze di Osaka quando cantava: “Mi sento solo in mezzo alla gente, osservo tutto ma non tocco niente, mi sento strano e poco importante, quasi fossi trasparente” …

Poi una coppia di ragazzi, massimo vent’anni, lui vestito con un kimono verdone molto rigoroso, lei con uno coloratissimo il cui tessuto sembra morbidissimo, mi porgono il loro iPhone 6: can you take me a picture please?.

Con un cenno della testa annuisco, prendo lo smartphone, inquadro e scatto mentre loro con l’indice ed i medio della mano destra fanno una V.

D’altronde le tradizioni prima si rispettano ma subito dopo si condividono su Facebbok e Istagram.

 

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Il loro mestiere è raccontare come si vive con “gli spari sopra”. Gli scatti in mostra a Torino

dsc_6463Due le foto che possono rappresentare gli estremi della mostra “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra (fino al 13 novembre a Palazzo Madama di Torino): quella che ritrae tre donne armate in perfetta posa scattata da Annabel Van den Berger, scelta per il cartellone della mostra, e quella di Andreaja Restek che fissa il civile Siriano con giubbotto antiproiettile e Kalascnicof fumante che attraversa un incrocio sparando all’impazzata verso la zona da dove potrebbe arrivare il fuoco nemico.

Le 70 foto presentate dalle 14 donne fotoreporter non rappresentano, solo, immagini di guerra ma raccontano momenti di vita di chi cerca di sopravvivere nelle zone di conflitto o in quei Paesi dove i conflitti arrivano attraverso i racconti di chi tenta di lasciarseli alle spalle.

C’è lo scatto del militare che si protegge le orecchie mentre il compagno spara con un mortaio o la miliziana che accarezza un cane trovato per strada, il bambino che gioca con un’arma di legno oppure l’anziana donna con in mano un lenzuolo insanguinato, gli occhi delle donne siriane fuggite dal Libano e quelli azzurri di una ragazza in divisa. Momenti drammatici come la donna egiziana in rosso, inginocchiata, circondata da uomini e quelli di “pausa” come le donne nel Kurdistan appoggiate ad degli alberi mentre si riposano, una sembra intenta a scrivere una lettera, o del militare nella repubblica Centrafricana tranquillamente seduto su di una panchina con a fianco un “mucchio” d’armi.

Tra quelle che più di altre (per me) rappresentano la vita che continua nonostante tutto, quella scattata in Sudan da Camille Lapage che ritrae un uomo ed una donna per mano tra le macerie (e delle strutture di letti) ancora fumanti di un, credo, campo profughi.

Ma c’è differenza tra un fotoreporter donna ed uno uomo? Le durante la serata che l’Associazione Stampa Subalpina ha voluto dedicare alla presentazione della mostra dicono di no. Forse per loro è stato più difficile iniziare, raccontano, farsi prendere in considerazione ma poi il loro scopo è lo stesso dei colleghi uomini: raccontare cosa succedere con obiettività, dare voce a chi voce non ha.

Una signora seduta al mio fianco mentre guardiamo le fotografie che scorrono sugli schermi posizionati sotto il pavimento di vetro del cortile medievale di Palazzo Madama, mi dice: “ma come fanno a dormire la notte dopo aver visto tutto questo”?
La risposta l’aveva data qualche giorno prima Andreaja Restek, una delle fotoreproter che hanno esposto i propri lavori ma anche una delle organizzatrici. “Ognuna di noi –ha detto Andreaja Restekl- si comporta in maniera diversa anche se tutte ci creiamo una corazza con cui cerchiamo di tenere lontano il dolore che viviamo ma anche la consapevolezza di sapere che quello potrebbe essere stato il nostro ultimo viaggio”.

Come è stato per Camille Lapage, una delle 14 fotoreporter protagoniste della mostra. Camille è stata uccisa nella Repubblica Centrafricana nel 2014. Tra i suoi 5 scatti quello che la ritrae sorridente mentre attraversa un fiume con le sue macchine fotografiche al collo, gli scarponi in mano ed un gruppo di bambini alle spalle.

Una mostra da non perdere, potenti gli scatti, bellissimo l’allestimento. Unico appunto, le dimensioni dei caratteri delle descrizioni delle foto e dei profili delle autrici: troppo piccoli.

Attrezzatura utilizzata: Nikon D7000; obiettivo Sigma 17-70mm

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Guggenheim di Bilbao, quando investire in cultura “rende”

E c’è chi pensa che investire in cultura non produce reddito. Quando andai la prima volta a Bilbao era una ventina di anni fa il Guggenheim era appena stato costruito: da una parte la “depressa” cittadina messa in ginocchio dalla crisi industriale, dall’altra la struttura in titanio del museo.

Oggi Bilbao è la seconda città più visitata della Spagna, è una città viva, in continua evoluzione, e non solo intorno al museo, completamente rinata anche nel suo cuore storico.

Le mostre ospitate all’interno del museo cambiano frequentemente, ma oltre alle opere d’arte moderna e design (non in tutte le sale è possibile fotografare) è la struttura architettonica creata   Frank Gehry che può interessare il fotografo.

Attrezzatura utilizzata: Nikon D7000; Obiettivo Nikor 18-300 – Sony RX100

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A Milano, dove il vecchio incontra il nuovo che tocca il cielo

dsc_6389Topograficamente dovrebbe chiamarsi “Centro Direzionale” ma se a Milano chiedete indicazioni per arrivarci pochi sanno aiutarvi: tutto cambia se parlate della torre Unicredit.

E’ una delle zone nuove della capitale della Lombardia, l’area che comprende Porta Nuova, Piazza della Repubblica, via Melchiorre Gioia, Porta Garibaldi e il Palazzo della Regione.

E’ la zona dei localini, dei negozi, di Eataly, dove il vecchio è stato ristrutturato, la viabilità ripensata per bici e pedoni e dove il nuovo si eleva a toccare il cielo. Ma è anche il posto dove il fotografo “gode”: street, architettura, people. Tutto a pochi passi click dopo click.

Il nostro itinerario parte uscendo dalla metro Moscova prendendo corso Garibaldi, passando da Porta Garibaldi, e salendo fino all’area sotto la torre Fineco, la sua piazza con i riflessi d’acqua, camminando sotto il bosco verticale fino alla metro Gioia ricordando di passare da Palazzo Lombardia sede della Regione.

Ho scelto di fotografarla in bianco e nero anche se in una giornata di sole i colori sono notevoli.

Attrezzatura utilizzata: Nikon D7000; Obiettivo Nikor 18-300

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Asti e le (poche) piste ciclabili

asti-e-le-piste-ciclabili-24Una sana gita in bici rimane un bel passatempo se convergono alcuni fattori: avere una bici, trovare un percorso tranquillo con un bel panorama e che sia pedalabile -quindi poche salite- e l’assenza di auto.
A Corrado piace andare in bicicletta, forse perchè è una delle cose che riesce a fare con suo padre. A 12 anni, anche se vivi in una città piccola come Asti, non riesci a pedalare tranquillo per le strade tra auto e camioncini che continuano a sfrecciarti a pochi centimetri a fianco.
E pedalare sui marciapiedi non è il massimo, oltre ad essere vietato.
Di piste ciclabili ad Asti ne avevano previste tre che avrebbero dovuto tagliare la città portando i ciclisti dalle principali porte cittadine al centro storico.
Con i fondi dell’alluvione ne hanno realizzata una sola che dalla zona Est porta alla stazione ferroviaria. Tre chilometri scarsi passando per un viale sempre all’ombra e fiancheggiando una strada molto trafficata e mai avvicinandosi al centro storico, unica zona chiusa al traffico della città.
Per arrivarci Corrado e suo padre devono percorrere due stradoni attraversare tre pericolose rotonde e poi tre chilometri, oramai, li percorre in pochi minuti. Meglio lasciare perdere e scegliere alternative.
L’alternativa, se si vuole fare una bella pedalata di un’oretta, sono gli argini del Tanaro. Fiancheggiando il fiume che delimita la parte Sud della città, andando verso Ovest, si potrebbe raggiungere addirittura la città di Alba dove, li sì, il lungo fiume è stato trasformato in pista ciclabile.
Da Asti non si può, quella zona lungo fiume è un dedalo di stradine dove perdersi è un attimo prima di trovare quella giusta e poi ci sono le tante cave ancora attive che sbarrano la via.
Unica alternativa è dirigersi ad Est lungo il fiume: direzione Castello D’Annone, paesino verso Alessandria. 25 km andata e ritorno, tutto in pianura, in mezzo al verde, con un bel panorama, almeno in teoria.
Punto di partenza è il Parco Lungo Tanaro, uno dei pochi sfoghi verdi della città: campo da calcio, rugby, tamburello, ritrovo di skater grazie alla pista realizzata da qualche anno, area giochi per i più piccoli, spazio picnic ed un bel percorso per chi vuole camminare o allenarsi di corsa.
Corrado e suo papà oramai hanno trovato dei percorsi alternativi per raggiungere il parco senza rischiare un incontro troppo ravvicinato con le auto e da dove cominciare la vera pedalata.
Nel primo tratto, all’interno del parco, si viaggia lentamente soprattutto nei molto affollati giorni festivi. Raggiunto il ponte della ferrovia si comincia a fare sul serio, si passa a fianco del depuratore e si imbocca una strada sterrata parallela al fiume sotto una fresca vegetazione discretamente curata preda solo dei patiti della corsa, o dei ciclisti: ma soprattutto chiusa alle auto. Purtroppo finisce subito, sarà lunga meno di 2 km. Al fondo il ponte della tangenziale ed una casa abusiva molto famosa in città in quanto a fermare i lavori ci pensò la prima piena del fiume e non il Comune.
Da qui parte la strada più o meno sterrata che molti astigiani utilizzano come ciclabile, sapendo però che non è chiusa al traffico.
Fortunatamente essendo abbandonata al degrado del tempo le auto, almeno quelle normali, non la frequentano molto: buche che si trasformano in piscine e sabbia che diventa fango alle prime gocce di pioggia aiutano a tenere alla larga molte quattro ruote.
Il percorso fiancheggia il fiume e la campagna è coltivata un po’ a grano, un po’ a pioppeti.
Nel tempo la strada è diventata una piccola discarica a cielo aperto nonostante i cartelli ricordino la possibilità di smaltire, gratuitamente, rifiuti ingombranti all’eco-centro del Comune, peraltro poco distante.
Passato il ponte sul rio Versa , piccolo affluente del Tanaro, si continua sulla destra fiancheggiando una cascina ed una cava.
Nello slargo si è soliti incontrare alcune auto parcheggiate con uomini, soli, in attesa di incontri.
Da questo punto i campi cominciano ad essere meno coltivati, gli argini del fiume poco alti favoriscono le frequenti piene, nessun problema invece per i pioppi.
In lontananza si scorge il nuovo carcere. Costeggiando il laghetto dove un tempo si praticava la pesca alla trota continuiamo a pedalare fino al ponte sul fiume Tanaro di Castello D’annone. Una bevuta alla borraccia, giriamo le bici e ritorniamo dalla strada da cui siamo venuti.
Durante il percorso di ritondo incontriamo altri ciclisti attrezzati di tutto punto e qualche famigliola al completo.
Corrado, come sempre, si è divertito.
“Bella giornata papà”, mi dice. “Certo che bello avessimo a disposizione un posto come quello dove siamo andati vicino a Torino (il lungo Po’ da Moncalieri a San Mauro NdR) o quello al mare (da Imperia a Sanremo NdR)”.
Sorrido e gli dico che ha ragione ma ad Asti bisogna accontentarsi.
Purtroppo le elezioni non si vincono con le ciclabili, anche se poi, quando ci sono, i cittadini le usano e sono contenti di farlo.

Attrezzatura utilizzata: Nikon D7000; Obiettivo Nikor 18-300; Sigma 17-70

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